cava abbandonata

Ex cava

Abbandonata da decenni, dimenticata al suo destino e ridotta a un rudere, ben visibile dall’abitato sottostante, con la parte più vicina al monte diventata una discarica a cielo aperto.

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Una salutare camminata tra i sentieri. E poi? Poi succede che quasi all’improvviso ci si ritrova davanti una breve salitella, iniziando ad intravedere un cancello arrugginito e ferraglia di vario genere nascosta tra alberi ed erba alta. Il cancello è chiuso, accesso sbarrato da catene e lucchetto, ma accanto a questa barriera c’è un grosso squarcio nella rete di recinzione. Quella che si staglia alla vista sembra una grande radura, una sorta di palco circondato da un naturale anfiteatro di roccia. Ma basta guardarsi attorno per capire che questo luogo è tutto fuorché incontaminato. A sinistra l’abitato , dominato da questo immenso spazio trasformato in una specie di discarica. Reti di letti, pentole, elettrodomestici, scheletri di imbarcazioni, sedie rotte, una torretta con mattoni a vista, un binario morto che termina con un profondo salto nel vuoto, in direzione delle case. Sporgendosi, guardando verso il basso, si capisce che questa è solo la punta dell’iceberg di un complesso enorme, dalle pendici del monte che lo circonda fino a lambire le case. Qualche minuto di scalata per arrivare “in quota”, trovando un punto d’osservazione che permetta di capire meglio le dimensioni di questo posto.

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Quanto spazio, che paesaggio strepitoso (tutt’attorno). Quanti rifiuti, quanti oggetti abbandonati al loro destino, che scarica di colpi bassi. Si scende al centro dell’immenso prato rinsecchito misto pietre, accanto al cancello una porta che conduce ad una piccola grotta incassata nella roccia, pavimento rappresentato da un soffice strato di terra. All’interno una feritoia che somiglia tanto ad un forno ormai in disuso da chissà quanto, oltre a un paio di grossi bidoni arrugginiti, vuoti. Dal buio si ritorna alla luce, direzione torretta. E’ pericolosamente inclinato, questo edificio. Lo sviluppo stretto e verticale del complesso aumenta la percezione di instabilità, entrando poi nella torretta lo scenario è pazzesco. Un vecchio carro di quelli che si vedono nelle miniere è frenato nella sua corsa da un incredibile groviglio di assi di legno rotte, terra franata, pezzi di ferro talmente divorati dal tempo da non riuscire a distinguerne l’utilizzo. Come può stare ancora in piedi una cosa del genere? Spuntano reperti di ogni tipo, perfino delle ossa, mentre pezzi di ferro da piccoli a giganteschi si confondono tra le piante. Alla base della torretta un’altra piccola casa, resa irriconoscibile dall’implacabile scorrere del tempo oltre che dagli agenti atmosferici. All’interno un grosso motore che probabilmente era l’anima di questo posto, un tempo. Ora invece sono ruggine e pareti che cadono a pezzi a farla da padrone.

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Tra gli alberi un’altra torre, aspetto tipico di quelle costruzioni verticali che normalmente rappresentano le centraline dell’elettricità. Qui dentro invece nulla di tutto questo, un paio di coperte, una scala a pioli, perfino un pipistrello che svolazza una volta giunti a metà di questa salita. In cima alla torre una finestrella ridotta a brandelli, e un panorama straordinario. Che paradosso, che scempio senza senso. Uscendo da questo edificio, pochi metri tra la vegetazione per trovare una serie di scivoli di cemento, pendenza impegnativa ma percorribile, giungendo in prossimità di alcuni vani ricavati nel cemento, riempiti dai resti di quello che da tanti anni è un complesso che non produce più, ma che in compenso cozza paurosamente con la bellezza del paesaggio che lo circonda, allo stato attuale. E non è finita.

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Si scende per tornare “alla base”, stavolta però non attraverso i sentieri bensì lungo una stradina asfaltata che conduce fino all’abitato. Esattamente accanto alle prime case sbuca l’ultima parte di questo ecomostro, la porzione più bassa e, se possibile, nelle peggiori condizioni. Una casetta diroccata a dare il benvenuto, dopo aver superato un grosso varco nella rete di recinzione. Procedendo tra pietre e terreno instabile si trova di tutto: pneumatici, bottiglie, ferraglia sicuramente proveniente dalla cava che “domina” questo spazio, immancabili tag su quel che resta dei muri, resti di elettrodomestici. E’ giunto il momento di uscire da questo posto surreale, da questi livelli di delirio di proporzioni perfino grottesche. Si volge di nuovo lo sguardo in alto, verso l’ex cava appena visitata, spuntano due cartelli, un divieto d’accesso che però è stato divelto e gettato a pochi passi dal torrente, accanto alle case. Dubbi ed inquietudini a governare lo stato d’animo, pensando a come possa rimanere ancora in piedi questo luogo ormai sempre più inclinato su se stesso. A due passi dal centro abitato.

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