Ex cotonificio

In uno degli edifici principali c’è ancora un cartello, che mostra la figura di un’operaia che spinge un carrello e alcune indicazioni da seguire. Sì perché in questo ex cotonificio ci lavoravano soprattutto donne, nei tempi d’oro, quando lo stabilimento aveva una produzione importante e faceva parte di un gruppo che contava su altre sedi in Italia. Ora di quel polo industriale restano edifici bui, stanze imbrattate, ambienti dimenticati.

Ci accompagnano nei meandri di questo sito enorme, il più grande in disuso che finora ho visitato. Si tratta di un’area di ben 28mila metri quadrati. Infinita…. Saliamo prima in una palazzina di sei piani, dove trovavano posto gli uffici Olcese, poi ci spostiamo in un capannone con due piani, da 5mila metri quadrati ciascuno, e successivamente in altri tre ulteriori edifici, in uno spazio produttivo, in quello che doveva essere un ampio magazzino e in un’officina. Fuori ci sono ancora garage e ulteriori magazzini.

Iniziamo esplorando il piazzale d’ingresso e poi il viale che conduce agli uffici, sempre più divorato dalla vegetazione. Saliamo nell’edificio di sei piani e notiamo con amarezza, ma senza troppo stupore, che la porta d’ingresso non c’è più e i vandali a più riprese hanno distrutto tutto. E’ probabile che si siano portati via anche gli arredi, perché vediamo sedie e pezzi di divani e scrivanie. Sui muri scritte ovunque e sulle scale i resti di un incendio che, mi dicono, era stato appiccato per rubare rame. Il vano ascensore è un immondezzaio, ma il cartello che indica la funzionalità di ciascun piano, uffici, amministrazione ecc., è intatto, perfetto. Surreale.
Entriamo in una stanza dove dal soffitto penzolano decine di fili e in fondo vediamo qualche bivacco e letto di fortuna. Come in altri posti anche qui ci hanno dormito. Arriviamo quindi in uno stanzino piuttosto integro, sembra una segreteria. Su un ripiano in una bacheca è ancora appeso un elenco di “numeri utili”, in parte caduto a terra, dove spunta anche un calendario, fermo a dicembre 2005. Continuiamo a salire e gli scenari non cambiano in ogni piano, tutto distrutto, tutto rovinato e imbrattato. All’ultimo piano la vista è a 360 gradi e pure in questa stanza non resta niente di integro, finestre comprese, rimane solo un grande scrivania e qualche cassetto, tutti pesantemente danneggiati.

Entriamo in un secondo edificio, qui c’è ancora un’ enorme struttura ad imbuto (difficile capirne l’utilizzo originario) e il cartello con le indicazioni che le operaie doveva seguire “I carrelli non si tirano, si spingono”, con la silhouette di una donna intenta a spostare i carrelli, vicino a una rampa, dove probabilmente venivano caricati i camion, che poi uscivano dallo stabilimento (alcuni container sono ancora fuori all’aperto). Per il resto è tutto vuoto e buio pesto. Risaliamo su una scala e ci infiliamo in un lungo corridoio di lamiera, un tunnel esterno, suggestivo, che ci conduce a un altro edificio, dove vedo un ambiente grande e sulle pareti, a sorpresa, è rimasto ancora cotone. Appiccicato. A terra sono visibili ancora alcune vasche e da un lato un montacarichi fermo.
Sul muro ci sono ciuffi morbidi, ovunque, ricoprono anche il soffitto, completamente, gli ultimi segni che mostrano la passata storia di quel luogo spettrale.

Torniamo nel cortile per visitare anche alcune officine e i garage. In una stanza sbuca un paio di sci, piuttosto datati, e ancora un quadro, sembra un disegno di un bimbo fatto per un genitore che lavorava proprio lì e che forse nel trambusto della chiusura della fabbrica è stato dimenticato da un impiegato.

Le sorprese non sono finite. E’ un magazzino con due ambienti, anche questo enorme, con alcuni grossi ganci che pendono dal soffitto e una lunga scala con le ruote, che di sicuro è li da svariati decenni. Appena fuori dall’ingresso qualcuno ha divelto un portone e portato all’esterno un macchinario pesante, ma chiaramente inutilizzabile.

@PUBBLICAZIONE RISERVATA

Condividilo con i tuoi amici:

7 commenti

  1. Mi piace il vostro viaggio.
    In una Trieste produttiva che non c’è più e che non è stata sostituita da nuove realtà.

    Io lavoro in zona industriale, vicino a Frankovec, dove c’è la Duke, di recente chiusura e la Fissan, chiusa una ventina d’anni fa.
    La Fissan è molto suggestiva, anch’essa invasa dalla vegetazione, vandalizzata, enorme ed inutile.

  2. Io abitavo proprio davanti alla Snia, quindi sulla via Flavia. Mi ricordo quando ero piccolo che si vedevano all’interno sia persone che lavoravano, che le ombre delle macchine. Suggestiva era la visione di quel portone nero che si apriva per portar fuori o all’interno dei grossi macchinari che arrivavano con i Tir sulla strada interna del sito quindi sotto il muraglione della via Flavia.
    Negli anni ho visto realizzare molte cose in quella fabbrica, dalle prese d’aria enormi quanto una finestra, fino al perimetro di cavi ramati per creare una sorta di parafulmini. Quante volte durante un temporale siamo rimasti al buio, e quante volte abbiamo sentito quelle enormi deflagrazioni dei fulmini che ci facevano bruciare il telefono o addirittura in qualche caso il televisore, senza pensare a quante volte mio papà ha dovuto cambiare le valvole. Inoltre ricordo che qualche volta ho salutato dalla strada una signora che in quel momento era affacciata al vetro, ed era sempre lei. Poi come dimenticare il piazzale pieno di autovetture e le sirene che ogni tanto si sentivano provenire dall’interno della fabbrica, forse per chiamare un fine turno o chissà cosa. Infine mi ricordo la potatura degli alberi, che ormai da anni non avviene, e che qualche forte temporale o la bora invernale lo ha abbattuto.

  3. Alla SNIA, poi F.T.A. ed infine OLCESE, si sono alternate molte generazioni. I miei genitori vi hanno lavorato a lungo (mio padre per 35 anni) ed è stata anche la “mia casa” per 10 anni. Poi il nulla, … l’oblio.

    L’aggirarsi inerme fra gli edifici ormai accomunati soltanto da un assordante silenzio, ubriaca di malinconia.

    Gli oggetti dimenticati accendono il ricordo a momenti di umanità e racconti di vita; le indicazioni di una bolletta, le spole di una levata, quei filati con la lycra che si doveva controllare attentamente, ora si confondono al sudiciume dell’incuria.

    Ogni singola cellula produttiva ha smesso di funzionare.
    Macchine, strappate dal loro sito e lanciate a terra dai finestroni, agonizzano nel vuoto gelido dell’abbandono.

    Reparti quasi completamente sventrati ma capaci ancora di sorprendere: « la colonna della roccatura, il filatoio 1 vicino al muro… più in là i banchi… lì in fondo la preparazione e più a destra accanto alla finestra il 26 e il vaporizzatore…. ».

    Eppure qui c’era VITA!
    Una vita, la nostra, fatta di impegno, di fatica, ma appagata dalla soddisfazione e orgoglio di realizzare un filato che una volta uscito dal nostro stabilimento, sarebbe diventato tessuto.

    Daniela

  4. Io ci ho lavorato per gli ultimi vent’anni della sua vita era una fabbrica dove dalle balle di cotone grezze si passava dalla cardatura preparazione filatura roccatura e in certi casi binatura e ritorciturala per poi essere imdallata e spedita via. Ho dei bei rcordi e mi dispiace tanto per come siano andate le cose

  5. Mio padre ha lavorato per molti anni in quella fabbrica e moltissimi ricordi affiorano nella mia mente, avendo abitato per tutta l’infanzia in una casa annessa al complesso Snia – Fta.
    Mi piacerebbe molto poter incontrare qualcuno di Voi, che avesse la possibilità di entrare e fare un giro negli stabili per scambiarci qualche informazione utile.
    Grazie.

  6. O lavorato in quella azienda, quando la meritocrazia, non è stata più in atto, ci a rimesso la zienda anno dato in mano a gente che non iteresava il bene del,operaio ma il proprio egoismo, tutti amavano il proprio lavoro le persone che erano al comando furono sbagliate, anno preso persone che avevano studi ma non conoscenza del lavoro. O belli ricordi di colleghi bravi, e colleghe, saluto tutti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *